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Pensione nel settore privato

Pensione nel settore privato: tutto quello da sapere

La pensione nel settore privato è simile a quella pubblica ma con delle eccezioni. È stata modificata negli anni e continuerà ad essere adattata in futuro all’aspettativa di vita. Ecco le pensioni accessibili ai lavoratori del settore privato e l’opportunità di poter continuare a lavorare nonostante il raggiungimento dell’età pensionabile, cosa che non avviene nel settore pubblico.

Pensione di vecchiaia nel settore privato

I requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia nel settore privato sono stati ridefiniti a partire dal 1° gennaio 2012 in modo da equiparare i lavoratori di sesso maschile e femminile, del settore pubblico e privato, autonomi e non. Il requisito anagrafico per accedere alla pensione di vecchiaia nel settore privato, nel biennio tra il 2021 e 2022, è rimasto invariato rispetto al 2020 ed è di 67 anni.

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Requisiti pensione di vecchiaia nel settore privato

La pensione di vecchiaia spetta ai lavoratori del settore privato quando si raggiungono contemporaneamente l’età pensionabile, i requisiti contributivi e la cessazione di qualsiasi tipo di lavoro dipendente. In particolare, accedono alla pensione di vecchiaia:

  • Lavoratori di sesso maschile e femminile che hanno compiuto 67 anni di età e maturato 20 anni di contributi;
  • Lavoratori riconosciuti invalidi con una percentuale superiore all’80% che hanno compiuto 60 anni di età se uomini e 55 anni se donne;
  • Lavoratori con sopraggiunte condizioni di cecità assoluta o parziale che hanno compiuto 50 anni di età se donne e 55 anni se uomini, ma entrambi devono aver versato almeno 10 anni di contributi.

Proseguire il rapporto lavorativo oltre l’età pensionabile

Grazie alla Riforma Fornero è possibile proseguire il rapporto lavorativo oltre l’età pensionabile. Attenzione però, non è automatico. È grazie alla sentenza n°20089 del 30 luglio 2018 emanata dalla Corte di Cassazione che il lavoratore può richiedere una continuazione lavorativa fino a 71 anni, ma solo dopo aver stipulato un accordo con il datore di lavoro.

Il beneficio per i lavoratori di poter proseguire un rapporto di lavoro nel settore privato è riuscire a ottenere un assegno pensionistico maggiore. C’è una differenza tra settore privato e pubblico: nel primo caso viene incentivato il proseguimento del rapporto lavorativo, nel pubblico impiego invece c’è la tendenza a incoraggiare i lavoratori ad andare in pensione.

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Pensione con Quota 100 e Opzione Donna

Il decreto legge 4/2019 ha introdotto Quota 100, cioè la possibilità per i lavoratori del settore privato di ottenere la pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi versati, a patto che maturino questi requisiti entro il 31 dicembre 2021.

Per le lavoratrici che hanno versato almeno 35 anni di contributi e hanno compiuto 58 anni di età è previsto un pensionamento anticipato con l’Opzione Donna. Questa opportunità è per le donne che hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2020, ma la conseguenza sarà una penalizzazione nella liquidazione. La circolare n. 11 del 2019 dell’INPS specifica che i 35 anni di contribuzione non comprendono contributi versati per malattia o disoccupazione né vengono calcolati quei contributi maturati dalle madri per l’educazione e l’assistenza ai propri figli.

Pensionamento forzato nel settore privato

Se non sono stati stipulati accordi con il datore di lavoro, i dipendenti che hanno maturato i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia, per legge possono subire il licenziamento ad nutum, cioè la forzata interruzione del rapporto di lavoro senza motivazione ma solo per raggiunti limiti di età. Rimane valido il requisito dei 20 anni di contributi versati, ma se nel contratto collettivo non sono presenti clausole particolari, il rapporto tra datore di lavoro e dipendenti verrà sciolto automaticamente.

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